Mi ripeto da giorni che forse è solo una questione di entropia; forse questa comunicazione non è efficace perché dico cose che non riesci a decodificare, perché dici cose che conosco a memoria. E non perché io sia la custode di segreti superiori o teorie arcane o formule misteriche e apotropaiche.
Forse è solo che mi trovo bloccata, cristallizzata in questa sorpassata credenza che nelle parole stiano le potenze più forti del pensiero. L’ho sempre sospettato di essere una vittima del post-simbolismo.E da sempre aspetto che le parole liberino la loro magia e, nel caso specifico, che sia tu a dare vita all’incanto del linguaggio e che sia tu ad accendermi le dita, sussurrandoci sopra.
Forse è un errore questo credere ostinatamente nel potere demiurgico delle parole, nella loro forza curativa e benefica: e quando penso al loro potere salvifico, mi viene in mente l’immagine di un cerbiatto che si lecca una ferita, che lambisce con la lingua quello sparo a bruciapelo.E intorno il fischio delle pallottole, l’ansimare dei cani con la bava alla bocca e lo scalpiccìo terrorizzato su un tappeto di sottobosco.
Vorrei accerbiattarmi anche io così, accerbiattarmi in una radura e magari proprio in quella radura. Vorrei un antidoto, un concentrato di parole come erbe calmanti, dal potere decongestionante. Vorrei che quelle parole non fossero mie, per una volta; vorrei che irradiassero da un altro centro. Vorrei che quel trasmettitore interrompesse questa sorta di guerra fredda e, bucando la cortina di tensione, frantumasse il silenzio in mille pezzi. Vorrei che provasse a sminuzzare la realtà, a dividerla con il linguaggio.
Vorrei scrivere una sceneggiatura perfetta in cui le parole siano come vetri, come bocce di pesci rossi squamati e fuggevoli e che il loro guizzo dorato rappresenti l’apice della nostra empatia. Anzi: l’acme simpatetico avverrà nel momento in cui, con un colpo di coda, i due pesciolini decidano di saltare -contemporaneamente- da una boccia all’altra. In un scambio di posto come patto di sangue. In un tuffo vicendevole che risponda alla mia domanda, l’unica domanda che mi nuota in testa da giorni, boccheggiando circolarmente nella solitudine della sua boccia. ma questa domanda ha ben altro sistema limbico che quello dei pesci: è una domanda che ha memoria. E si sa che il ricordo rimbomba, di continuo: come gli spari nella prateria.
Invece i pesciolini, io, ce li ho solo nelle scarpe, negli stivali che camminano su questo maggio che sa di marzo, dopo un aprile soleggiato come novembre. E l’unica sceneggiatura che mi viene in mente è quella di ET e del suo dito luminoso, dei suoi mezzi alternativi di espressione, della sua voce che scricchiola e del collo sottile che si allunga.
E forse è vero che vorrei accendere le mie dita e guardare te, con lo sguardo stupefatto. E stupirmi di te stupefatto. Solo che non so se ho l’energia necessaria per illuminare, oltre che le mie dita, anche i tuoi occhi.
E forse è vero che vorrei che mi chiedessi di portarti nella radura e che -quasi certamente- prenderei la bici per nasconderti nel cestello, sotto un lenzuolo. Di modo che nessuno ne sappia nulla e che la radura ci liberi da questo costante rumore semantico, questo vociare insensato che che devia il significato delle mie parole. Solo che non so se ho l’energia necessaria di pedalare, oltre che per me, anche per i tuoi pensieri.
Solo che non so se ho la forza per far vibrare la mia voce così tanto da superare quel muro che ti sei costruito attorno, un muro insonorizzato dove rimbalzano solo le tue frasi. Un muro autoreferenziale, un muro di gomma.
Ma poi, siamo sicuri che il posto davanti spetti a te? Chi è stato abbandonato da un’astronave nel bosco, fra i due, mi sa che sono io. Quindi facciamo così: mi metto da sola nel cestello della bici e mi lecco le ferite, nascosta sotto il lenzuolo.
Tanto al capanno degli attrezzi non potrei arrivarci comunque perché di scie di caramelle all frutta non ne vedo neanche l’ombra.