Largo (a Spielberg).

Mi ripeto da giorni che forse è solo una questione di entropia; forse questa comunicazione non è efficace perché dico cose che non riesci a decodificare, perché dici cose che conosco a memoria. E non perché io sia la custode di segreti superiori o teorie arcane o formule misteriche e apotropaiche.

Forse è solo che mi trovo bloccata, cristallizzata in questa sorpassata credenza che nelle parole stiano le potenze più forti del pensiero. L’ho sempre sospettato di essere una vittima del post-simbolismo.E da sempre aspetto che le parole liberino la loro magia e, nel caso specifico, che sia tu a dare vita all’incanto del linguaggio e che sia tu ad accendermi le dita, sussurrandoci sopra.

Forse è un errore questo credere ostinatamente nel potere demiurgico delle parole, nella loro forza curativa e benefica: e quando penso al loro potere salvifico, mi viene in mente l’immagine di un cerbiatto che si lecca una ferita, che lambisce con la lingua quello sparo a bruciapelo.E intorno il fischio delle pallottole, l’ansimare dei cani con la bava alla bocca  e lo scalpiccìo terrorizzato su un tappeto di sottobosco.

Vorrei accerbiattarmi anche io così, accerbiattarmi in una radura e magari proprio in quella radura. Vorrei un antidoto, un concentrato di parole come erbe calmanti, dal potere decongestionante. Vorrei che quelle parole non fossero mie, per una volta; vorrei che irradiassero da un altro centro. Vorrei che quel trasmettitore interrompesse questa sorta di guerra fredda e, bucando la cortina di tensione, frantumasse il silenzio in mille pezzi. Vorrei che provasse a sminuzzare la realtà, a dividerla con il linguaggio.

Vorrei scrivere una sceneggiatura perfetta in cui le parole siano come vetri, come bocce di pesci rossi squamati e fuggevoli e che il loro guizzo dorato rappresenti l’apice della nostra empatia. Anzi: l’acme simpatetico avverrà nel momento in cui, con un colpo di coda, i due pesciolini decidano di saltare -contemporaneamente- da una boccia all’altra. In un scambio di posto come patto di sangue. In un tuffo vicendevole che risponda alla mia domanda, l’unica domanda che mi nuota in testa da giorni, boccheggiando circolarmente nella solitudine della sua boccia. ma questa domanda ha ben altro sistema limbico che quello dei pesci: è una domanda che ha memoria. E si sa che il ricordo rimbomba, di continuo: come gli spari nella prateria.

Invece i pesciolini, io, ce li ho solo nelle scarpe, negli stivali che camminano su questo maggio che sa di marzo, dopo un aprile soleggiato come novembre. E l’unica sceneggiatura che mi viene in mente è quella di ET e del suo dito luminoso, dei suoi mezzi alternativi di espressione, della sua voce che scricchiola e del collo sottile che si allunga.

E forse è vero che vorrei accendere le mie dita e guardare te, con lo sguardo stupefatto. E stupirmi di te stupefatto. Solo che non so se ho l’energia necessaria per illuminare, oltre che le mie dita, anche i tuoi occhi.

E forse è vero che vorrei che mi chiedessi di portarti nella radura e che -quasi certamente- prenderei la bici per nasconderti nel cestello, sotto un lenzuolo. Di modo che nessuno ne sappia nulla e che la radura ci liberi da questo costante rumore semantico, questo vociare insensato che che devia il significato delle mie parole. Solo che non so se ho l’energia necessaria di pedalare, oltre che per me, anche per i tuoi pensieri.

Solo che non so se ho la forza per far vibrare la mia voce così tanto da superare quel muro che ti sei costruito attorno, un muro insonorizzato dove rimbalzano solo le tue frasi. Un muro autoreferenziale, un muro di gomma.

Ma poi, siamo sicuri che il posto davanti spetti a te?  Chi è stato abbandonato da un’astronave nel bosco, fra i due, mi sa che sono io. Quindi facciamo così: mi metto da sola nel cestello della bici e mi lecco le ferite, nascosta sotto il lenzuolo.

Tanto al capanno degli attrezzi non potrei arrivarci comunque perché di scie di caramelle all frutta non ne vedo neanche l’ombra.

Hexapoda.

In questo momento ho bisogno di parole. Necessito di parole come anestetici, parole come palliativi, parole come surrogati. Ma non voglio parole scolpite, parole modellate, parole di gesso. Non voglio parole che prendano forma nel suono della voce, nel vibrare di vocali e consonanti.  Piuttosto parole ariose, aleatorie magari: che dipendano dalla sorte, dal caso.

Parole leggere e rarefatte, un condensato del tuo fiato che sgattaiola fra i denti senza che la tua lingua possa trasformarlo, impastandolo con la saliva. Come bolle d’aria gonfie d’acqua, ghiaccio in potenza.

Non sono le parole sorde e occluse che abbisogno: vorrei le parole del prima, dell’attimo prima. Quelle senza accento, prive di intonazione, senza fisicità. Non darmi le parole, dammi quello che c’è prima.

Vorrei catturare quell’attimo che appena precede la parola, quelle scintille che si accendono come flash improvvisi sotto i tuoi capelli: sinapsi che brillano a intermittenza, come sfarfallìo di lucciole ad agosto. Catturare quel punteggiare luminoso e non solo quello: vorrei poter tracciare una mappa stellare di quello splendore, quel pulsare scintillante immerso in una materia vischiosa, come insetti luminescenti intrappolati in un bicchiere di sambuca.

E che lo sfavillìo si trasformi in qualcosa di appena materico, qualcosa di minuscolo e alato, coriaceo, esoscheletri sottili come membrana di foglia dietro cui pulsano bagliori guizzanti. E che quel qualcosa svolazzi verso di me e si lasci catturare in una mano che si chiude a pugno, con dolcezza.

Un barattolo diverso per ogni singolo luccichìo, barattoli di vetro di varie dimensioni. Piccoli vasi:tondi, panciuti, esagonali, ad ampolla. Tutti  trasparenti, tutti  con microscopici fori vitali sul coperchio. Collezionare quegli attimi dell’appena prima, appoggiarli sulle mensole e le librerie, come i lumini sempre accesi della Signora Darling. Minuscole lanterne color arcobaleno, uno spettro continuo di colore. Nessuna parola: solo silenzio e luce, come stelle fluorescenti o zampironi accesi, come fiammiferi sempiterni o lanternine cinesi.

Solo luci tenui, un’intensità di candela ma senza tremare al primo soffio di vento. Non mastichiamo tutto, impastandolo con la saliva. Rendendo qualcosa di leggero e perfetto come pagine di giornale zuppe d’acqua, maciullate e collose come per fare cartapesta.

Il linguaggio divide, in un certo senso. Ci hai mai pensato? Io ci penso spesso.

Il linguaggio, in un certo senso, divide il reale. Il linguaggio, in un certo senso, rende discontinuo quello che è il flusso materico e avvolgente nel quale mi sento immersa. Non mi sento in diritto di sezionare il reale: ho la lingua intorpidita e ho detto già tutto quello che posso.

Come essere immersi nello spettro continuo dei colori: perché è continuo, lo sai bene.  e allora, perché cercare di ridurre verbalmente lo spettro    -quell’unicum-  a una serie termini discontinui?

Quanta luce perdiamo ogni volta, cercando di mettere confini linguistici, masticando impulsi luminosi, toccando il palato per mormorare qualcosa? Quanta polvere stellare si volatilizza intorno a noi -e subito diventa immateriale e invisibile a contatto con l’aria-, ogni volta che rendiamo solido quell’attimo del prima?

Non muovere la lingua, non lasciarle sfiorare il palato: socchiudi appena le labbra, di modo che quegli sciami di coleotteri luminosi ronzino verso le mie mani. Le mie mani piegate a conca, le mie mani fredde come barattoli di vetro.

lungomai.

largo # 1

oggi sono andata al supermercato. sono andata al supermercato perché c’è la musica in filodiffusione e  così non ho bisogno di sprecare le batterie dell’mp3 per dare una colonna sonora alla mia vita. Il più delle volte, però, capita che la musica sia talmente orrenda da farmi recuperare convulsamente  le cuffie annodate nella tasca e schiacciare il tasto ON prima che sia troppo tardi. sono andata al supermercato perché sentivo il bisogno di scatenare su qualcun’altro l’insofferenza ancestrale che nutro per me stessa, tipo sui vecchi che inchiodano all’improvviso davanti alle costate di maiale o sulle quarantenni che impiegano 8 minuti di orologio per scegliere due pere. Sono andata al supermercato perché è un posto chiuso e abbastanza chiassoso da permettermi di fingere che fuori non imperversi il diluvio, è un posto abbastanza anonimo da tranquillizzarmi e la presenza di sconosciuti mi cattura e distrae.

Io parlo da sola, al supermercato ma anche fuori. Credo si tratti di una deformazione professionale di cui tutti i figli unici possono vantarsi: lunghi e brillanti monologhi con se stessi o con i meloni o con le bilance per pesare la frutta. Oppure canto. E non canto sommessamente, bisbigliando. Credo di cantare con gestualità, teatralmente ecco. Oggi ho cantato per intero “Il nostro concerto” di Umberto Bindi davanti alle latte di ananas sciroppato.

Era sempre la stessa immagine: filari di palme piegate dal vento, palme infradiciate da acque torrenziali. I lunghi tronchi sottili, curvi sotto folate boriose, un’aria prepotente e gonfia, un’aria pesante. Scrosci di acqua primordiale, l’asfalto bagnato e la tela dell’ombrello rovesciata all’indietro.

Non che in quel momento ci fossero fisicamente delle palme, alla sua destra: c’erano solo pini marittimi e tappeti di aghi bruciati dal sole dell’estate scorsa. Poi c’erano dei chioschi con le serrande abbassate e qualche trave messa di sbieco, inchiodata al portoncino laterale. Guardò in alto: il cielo era grigio, grigio come quei computer a torre degli anni ’80 e le nuvole sembravano ruggire e si addensavano sempre più in fretta. Dovette chiudere improvvisamente gli occhi perché la pioggia l’accecava, gocce come dita affusolate le colpivano ripetutamente la cornea.

Non c’era neanche l’ombra di una palma: sulla sinistra, si succedevano casotti balneari deserti, cumuli di sedie-sdraio bianche e blu, ammonticchiate e legate disordinatamente con dello spago spessissimo, sfilacciato e pregno di salsedine. Pigne insormontabili di sedie laccate, le pire funebri dell’estate. Potrebbero ammonticchiare tutto, pensava: ombrelloni, sedie-sdraio, boccagli perduti, ciabatte spaiate. e poi, con la fine della stagione, dargli fuoco. Una vera e propria cerimonia funebre, una catarsi per lo spirito, un modo per dire basta, per porre fine, per andare a capo dopo un punto.

Non c’erano palme, non c’era neanche l’ombra di una palma. C’era quell’insieme stupido e artificioso di scogli a mo’ di barriera, c’erano i pini marittimi e le piazzole con gli scivoli vuoti e le altalene che dondolano piano e cigolano quel poco e poi le panchine e la fontana, con la vasca stracolma e quel continuo succedersi di cerchi in superficie, le gocce che cadevano come frecce, quelle raffiche di frecce che si vedono solo nei film storici di battaglie medievali e catapulte. E poi c’era la pioggia che continuava a cadere, caderle negli occhi e sulle ciglia: e queste scie di acqua che le scivolavano piano dalla fronte, disegnando traiettorie disordinate. Si passò la lingua sul labbro superiore.

Da dove venivano allora tutte quelle palme? Non che le vedesse concretamente, non che avesse l’impressione che si materializzassero alla sua sinistra, quello no. Era più una presenza sotterranea, interiore: sentiva, dentro di sè, che delle palme avrebbero potuto starci bene lì, nell’insieme del quadro. Forse era colpa di quel documentario in bianco e nero, vedute del lungomare di Sanremo. Il bianco cangiante dei flash delle macchine fotografiche e il nero delle imposte chiuse. La chiazza che si allarga sul pavimento, dita affusolate che si schiudono piano. Il tonfo e l’indifferenza della moquette. E fuori gennaio  e gli applausi e i mazzi di fiori, talmente tanti fiori che l’odore diventa insostenibile, quasi alcolico.

E la mattina dopo solo pioggia e quelle palme piegate da un vento impietoso, un vento che confonde le tue lacrime con la pioggia, un vento disordinato e menefreghista.

Reservoir.

Sono stata al museo di scienze naturali, quello che c’è ai giardini pubblici. Stava per cominciare a piovere ma non l’ho capito guardando in alto, verso le nubi: mi bastava sentire le cicatrici che prudevano terribilmente e guardare di sfuggita, in una vetrina, i miei capelli sempre più gonfi e il ricciolo fare capolino sulla tempia destra. Forse, se sapessi queste cose, potresti dire di conoscermi davvero.

Prima avevo bevuto un caffè: bevo tanti caffè nella capitale morale, bevo caffè come fosse acqua e provo tutti i bar peggiori, quelli nelle traverse; mi piacciono questi baretti bui, angusti con quelle plafoniere un po’ tristi e quella luce che luce non è, tipo lampadine a risparmio energetico. Mi piace la gazzetta vecchia di due giorni spiegazzata sul tavolo a destra dell’ingresso, dover chiedere la chiave per andare alla toilette e magari scoprire che il bagno è dall’altro lato del cortile interno. Questi sono i bar delle traverse, quelle vie in cui la gente s’avventura solo su invito a cena, quando impieghi ore, impalato davanti a  citofoni sconosciuti, quando ti aprono ma hai dimenticato di chiedere il piano e ti tocca suonare di nuovo. Odio dover suonare due volte perché ignoro a che piano andare o perché non lo domando o perché il microfono gracchia e io ho una sordità avanzata. Piuttosto mi faccio a piedi tutti i pianerottoli, sperando che ci siano i cognomi sul campanello o almeno che lascino l’uscio socchiuso. Io odio suonare due volte: non sono mica un postino.

Per inciso: il caffè lo prendo senza zucchero ma voglio comunque il cucchiaino perché mi piace mangiare la schiuma dell’espresso. Una cosa che non posso tollerare invece sono le tazzine bollenti, quelle lasciate sulla macchina per troppo tempo, quelle che ti ustioni sfiorandole appena con le labbra. Non si fa.

 Ai giardini pubblici, gli ippocastani sono in fiore e, quando gli ippocastani sono in fiore, significa solo una cosa: manca poco, manca pochissimo al profumo dei tigli. E se c’è una cosa che mi piace è l’odore dei tigli, l’odore dei tigli a Milano dopo l’acquazzone di giugno, con l’asfalto che evapora e l’umidità alle stelle. E ci sono io che cammino sul marciapiede che pare di gomma, con le mie espadrillas blu e il mio ricciolo sulla tempia destra.

Al museo di scienze naturali mi sono distratta: alla cassa non ho chiesto il ridotto e ho pagato prezzo pieno. Però non volevo tornbare indietro una seconda volta  a intavolare discussioni eterne con il tipo all’ingresso che, fra l’altro, mi sembrava già abbastanza triste e piuttosto polveroso per i fatti suoi. Quindi l’ho preso come un mio personale contributo alla scienza, dopo anni di scientifico a maledire tavole degli elementi e meccanismi di feed-back, ossidoriduzioni ed eterocefali glabri. E poi non andrò certo in malora per un euro e cinquanta: non sono mica brianzola.

I corridoi del museo di scienze naturali sono lunghissimi e mal illuminati e sul linoleum si affacciano queste vetrine, come delle immense cartoline tridimensionali con le pareti dipinte sullo sfondo. I vetri sono opachi e ci sono tutti questi bambini che spalmano le loro dita unte e respirano condensa, guardando a bocca aperta i diorami. E poi dietro c’è il padre saccente, quello con la zeppola, basso e calvo e che porta gli occhiali e usa parole come gasteropode indicando una lumaca. Comunque la bocca spalancata ce l’avevo anch’io: e vorrei vedere te se, all’improvviso, ti trovassi di fronte al bisonte americano. Hanno rischiato, sai, i bisonti americani: tipo che nel 1890 hanno toccato i minimi storici e n’erano rimasti solo mille. Ora invece vivono nelle riserve pure loro e sono fuori pericolo. Non ti chiedono manco i soldi per fare la foto.

Credo proprio che la bocca spalancata sia una di quelle cose che mi appartengono davvero. Due mesi fa ero in ospedale per le analisi del sangue: non ho mai avuto grossi problemi con le siringhe e l’odore di cloroformio e i camici e gli stetoscopi però dopo l’operazione non riesco a guardare l’ago che entra in vena. Ad ogni modo,  il mio vicino di prelievo era  un bambino di tipo sei anni e l’infermiera, per evitare che cominciasse a frignottare, ha tirato fuori questo bellissimo brontosauro di plastica: devo avere proprio spalancato la bocca estasiata perché subito dopo m’hanno chiesto se volessi portarmelo a casa. Il brontosauro, ovviamente.

Dragon vert qui semble intéressant.

andante con moto # 1

- ciao. volevo dirti che sono normale, normalissima: nella media,proprio.

Talmente nella media che non bevo neanche una media e ho un pessimo ricordo delle medie.

Lì sì che ero diversa: ero quasi un anfibio.

Come scusa? Dici che anche adesso sembro un po’ un anfibio?

Casomai un rettile: un animale a sangue freddo. Mani di neve e piedi di ghiaccio.

Cose solide che, pur restando al sole, non assorbono calore. Però lo rilasciano comunque, lentamente.

Impermeabili come le cerate, quelle gialle che si mettono i velisti; i velisti e i topini di Bianca e Bernie.

Vedi? Talmente normale che il mio sostrato citazionale spazia tra i film della disney e nanni moretti: poca cosa.

No ma non sono un rettile. E poi, se non fossi normale, vorrei essere solo una cosa: un drago. Un drago di quelli che sputano fuoco e si alzano in volo con le loro ali grandissime che sbattono lente, facendo swoosh-swoosh.

Chissà come ci si sente ad essere un drago. Chissà che cosa prova un drago quando attraversa le nuvole, sfrecciando in cielo mentre sbuffi di fumo incandescente gli escono dalle narici spalancate e le sue squame verde-brillante rifulgono alla luce del sole. Secondo me i draghi stanno bene, stanno una crema proprio.

Io non so sputare fuoco e di certo non ho squame che brillano, squame impermeabili e neanche le ali.

Infatti ci ho provato stasera a volare via ma quello swoosh-swoosh mi fa stare uno schifo.

 

Se c’è una cosa che mi piace follemente sono le soste in autogrill: da piccola facevo finta di farmela addosso pur di fermarmi e annusare gli autogrill. E in autostrada avevo sempre ‘fame di autogrill’, che poi era la rustichella.

Mi piace tutto degli autogrill: mi piacciono i bidoni in pseudo pietra all’ingresso, quelli con i profili e il coperchio di latta rosso fiammante, mi piacciono gli scaffali col toblerone e la divisa dei baristi.

Poi mi piacciono i menù promozione, le combinazioni convenienza, le sigarette dietro la cassa. Mi piace il dedalo degli autogrill: quel labirinto di fiaschi di vino rosso e soppressa veneta.

Mi piacciono anche i nomi dei panini, il bagno in fondo a destra, i cestini di vimini per le monete e la donna delle pulizie col grembiule azzurro e le tasche blu, seduta di fuori che guarda la gente passare.

Mi piacciono le maschere veneziane appese e l’angolo con i peluche parlanti, tipo i pappagalli o i fenicotteri. Oppure quelle trote di plastica stile trofeo di pesca che dimenano la coda, cantando jingle bells.

Mi piace la gente in coda, la ressa, le mamme che fanno fare pipì negli spiazzi di prato, al posteggio. Mi piace il caffè degli autogrill anche se fa schifo, mi piace uscire e accendere una sigaretta.

Faccio solo due tiri e poi la butto ché tanto mio padre ha già il motore acceso e tamburella le dita sul volante.

 

 

wendy moira angela darling.

allegro ma non troppo # 2

perché concentrarsi sulle nostre ombre?

perché voltarsi indietro a delineare silhouettes, a tracciare i contorni dei nostri profili sull’asfalto?

perché misurare quanto lunghe o alte o sfocate o definite siano le tracce che proiettiamo davanti a noi?

perché non le lasciamo scappare queste ombre, smettendola di voler per forza costringerle ai nostri piedi?

perché non le lasciamo nascondere, queste ombre, e gettiamo lontano ago e filo, senza ostinarci a volerci cucire addosso qualcosa che forse non ci appartiene neppure?

perché non possiamo tenerci solo il ditale e la ghianda appesa al collo e salvarci la vita vicendevolmente per quel breve tratto di nuvole e cirri che voliamo insieme?

 

è come se fossimo tutti in piedi su un marciapiede, un marciapiede di quelli sconnessi: un tappeto a trame larghe, intessuto con fili grandi come radici di tiglio; radici che sollevano l’asfalto, che lo crepano e aprono voragini.

Radici che riconquistano il proprio spazio, che si fanno avanti con la stessa forza di quelle onde che sollevano spruzzi e acqua salata e consumano scogliere, ricoprono i moli di verde salmastro, divorano barche.

Tutti in piedi, in file ordinate, cercando di non perdere l’equilibrio, ancorandoci all’asfalto. Tutti con in mano la nostra boccia di vetro e acqua dolce e  questo pesce rosso dalle squame dorate che fa sempre lo stesso giro, nuotando in senso antiorario.

Io, la mia boccia di vetro e acqua dolce, la sollevo all’altezza dello sterno e abbassando la testa, seguO con lo sguardo quel pesce rosso guizzante e le sue pinne impalpabili e lisce come velo da sposa.

Con la testa abbassata e ciocche di capelli che sfiorano la superficie, l’acqua è talmente vicina che schizzi invisibili mi bagnano le ciglia. Ma continuo a tenere stretta la mia boccia di vetro e acqua dolce ad altezza sterno e seguo con la punta del naso le virate e i sobbalzi impercettibili di quel pesce rosso guizzante.

Un ammasso di branchie e squame, talmente sottile che puoi vederci attraverso. Come quando prendi una torcia e te la punti sul palmo della mano e, guardando dal dorso, vedi distintamente i tendini e la pelle sembra  incandescente.

Quel pesce è incandescente così e nuota in senso antiorario e boccheggia ed è grande quanto la tua mano stretta a pugno: e forse è un pensiero felice o forse no. Fatto che sta che io mi sto alzando e la mia testa sfiora il soffitto e lo tengo stretto questo pensiero, tengo stretta a me questa boccia di vetro e acqua dolce.

 

(nostalgia) canaglia.

secondo me si lavava più bianco quando le polveri sottili facevano neri i muri dei palazzi, neri i panni stesi ad asciugare, neri gli stragisti dell’autunno caldo.

anni pesanti come il piombo ma paradossalmente leggeri, come le bollicine della spuma e il sapore della cedrata. quando il rullino era l’unica via, quando si telefonava a casa entro le ventuno e la domenica si facevano le gite sull’adda.

uscivamo, mi compravi un mottarello.

quando mia madre aveva un bassotto e mia bisnonna era ancora viva. quando la gente partiva per il militare e si fumava nei cinema e nelle librerie e nei ristoranti. quando le infradito si chiamavano “giapponesi” e le tende da campeggio erano quelle della bertoni, quelle con i pali in acciaio pesantissimi e i secchi con le stoviglie da campeggio a incastro, tipo rompicapo.

pm 10  e cioccolato sciolto e macchie di spuma su colletti inamidati, capelli che puzzavano di tabacco, mutande impregnate di fuliggine: ma voi eravate così candidi. così fottutamente candidi, con pelli liscissime e occhiali spessi, enormi. e bikini da urlo.

siete bianchi in quelle foto, siete eterei. forse ci ha fregato l’alta definizione, l’alta definizione e il servizio civile.

ci avete riformati tutti nel ’72, sulla fiducia. come il sei politico e gli esami di gruppo.

io mi sento così analogica che credo di avere una rotellina incastrata nella scapola, come le usa e getta.

mi piaceva poter riavvolgere il nastro e dovermi alzare per farlo, arrivando col naso a un centimetro dal videoregistratore. mi piaceva quel qualcosa di mistico che hanno le proiezioni delle diapositive, con la luce spenta e il proiettore in bilico sulle guide del telefono. poi magari le stai proiettando sul muro del salotto e c’è sempre quel quadro troppo grande che entra nell’immagine.

mi piaceva quando nelle case c’erano ancora i ventilatori al soffitto, quelli con le pale grigie ma anche quelli con le pale in ottone. mi piaceva entrare fisicamente nella cassapanca del soggiorno per scegliere i vhs e i film registrati dalle serate in prima visione di rai uno, con le pause pubblicitarie per intero. i classici disney in videocassetta e il registratore della fisher-price, rosso con i tasti gialli e blu.

mi piaceva quando il walkman parlava balenese perché le pile erano ormai scariche e mi piaceva girare le cassette. mi piacevano le cassette. ascoltare i corpi della gente mentre giro la cassetta dall’altro lato, a mano.

ho tirato fuori tutte le audiocassette di musica italiana, quelle della scuola genovese e romana, quelle con le copertine tricolore in regalo con l’Unità: minuscoli pieghevoli sbiaditi per il sole delle spiagge e le soste in autogrill.

ho tirato fuori tutte le audiocassette di fiabe che ascoltavo col registratore della fisher-price, a colazione: sembrano biscotti. abbracci o pandistelle, scegli tu. con le etichette gialle stropicciate, macchiate di cioccolata. quante tazze di latte ho versato su quel registratore?

su quante tazze di latte versato devo tirare su col naso, adesso? una tazza per ogni minuto di quell’audiocassetta?

una tazza per ogni minuto del lato B di quell’audiocassetta che non è stata girata.

hanno riformato pure la bidimensionalità, manco il bidimensionale ci hanno lasciato.

(as)solo per me.

allegro ma non troppo # 1

Sei come quelle cartoline che aspettavo tutta l’estate con impazienza.

Poi una mattina le trovi nella casella della posta e sono le cartoline della tristezza, quelle già un po’ sbiadite: tipo collage squallidi, la scritta color indaco dannatamente anni ’80. Tipo vedute di spiagge da stabilimento balneare, ombrelloni che si respirano addosso, donne grassissime che inglobano costumi da bagno.

Avere più intimità col tuo vicino di sdraio che con tua madre, racchettoni e sabbia negli occhi. Panini e cotoletta, borse frigo, paletta e secchiello, gli spazi vitali? stuoie, mare alla caviglia, fondali sabbiosi, bicchieri in plastica e parmigiana, l’orzata. Convivenza coatta. Un ammasso di schiene bianche e mutandoni all’ombelico, mozziconi, fazzoletti usati, ciabatte spaiate, espadrillas inzuppate, catrame sul bagnasciuga,cacche di cane insabbiate a metà. Corpi abbronzati ma solo a metà, eritemi, tette gigantesche che sfiorano le cosce, vecchi coi calzini bianchi di cotone al polpaccio, zoccoli.

In coda per  la doccia,  in coda per la cabina, in coda per un ghiacciolo, in coda per pisciare. E poi tanto la fanno tutti in mare.

Magari te le imbucano personalmente nella casella senza neanche appiccicarci un francobollo oppure te le danno a mano. Ma come cazzo fai a consegnare una cartolina a mano? Ma poi, chi cazzo è che manda più cartoline fra l’altro. Io, presente.

Poi le giri, queste cartoline, e dietro ci sono scritte cose tipo: un caro saluto, un abbraccio, saluti e baci, pensando a voi. E fai uno sforzo, cristo.

 

Carlotta che aspetta i giorni passare .

Son ciocche di sale che bruciano agli occhi,

son flebili sguardi: aspetta che abbocchi.

Carlotta, impaziente, non dice più niente.

Si bagna le ciglia con acqua di mare:

il vento sussulta e rimane a guardare.

Carlotta -che trema se solo la sfiori-

si lecca le dita che sembran di crema,

in gola c’è un sasso: lo vedi da fuori.

Carlotta e le palpebre che restano chiuse,

non sente, non vede ma vuole che annusi.

Carlotta -e le vertebre che sono ormai nude-

scoprendo le ossa, sospira più forte;

ti guarda dal basso, capisce che parti:

son gasse d’amante che legano gli arti.

Carlotta e il suo nome di sangue e rivolta,

le sue barricate di reti e di scogli,

la pelle d’argento come solo le alici:

i guizzi veloci, i banchi del pesce

Carlotta non riesce.

 

 

porcelaine.

cornice # ?

Voglio entrare in punta di piedi. Un passo alla volta, lungo il tuo corridoio.

Non ho mai avuto paura del buio, neanche a tre anni. Ma lì c’erano stelle fosforescenti a segnare la strada,  tipo una via lattea verso il futuro. O la glassa dei pandistelle.

Invece – oggi in particolare- è tutto talmente buio che non puoi crederci. Il nero è come un velluto, tipo quelle tende pesanti in broccato e quei soggiorni barocchi, stipati di porcellane danesi. Hai presente? Muri di carta da parati, muri filatelici e, al posto dei francobolli, quei piattini blu con le famiglie di cervi e alci e renne. Natale 1971.

Tappeti carichi di quelle domeniche uggiose, vassoi di pasticcini possi con la panna montata che comincia a ingiallire. E quei denti dell’arcata superiore macchiati di rossetto, rossetto sulle tazze. Denti macchiati di corallo e di fuxia e di rosso ciliegia.

E la casa è silenziosa e sembra non esserci luce in fondo al corridoio, le sue pareti verticali e quei dipinti a olio, cupi e tristi e allungati; scorci prospettici di angoli di Canal Grande. è una sensazione umida, la sento scendere lungo la schiena.

E ancora tappeti che vomitano polvere sul parquet liscio come una lastra di ghiaccio, liscio come le piste da pattinaggio che si vedono nei film ambientati a New York.

In punta di piedi, spio dalle serrature delle porte. Stanze chiuse, lenzuola che sanno di aria viziata e acqua di colonia. Porte con maniglie d’ottone e vetri smerigliati, sottilissimi vetri che tremano a ogni mio passo. Anche se mi muovo in punta di piedi.

Lo vedi, ora? è tutto così fragile. Come le squame di certi pesci rossi, scaglie impalpabili e quasi trasparenti. Ci vedi attraverso, ad alcuni pesci rossi. Ci hai mai fatto caso?

Come la mia pelle d’inverno: ramata di verde, ramata di vene. Ci hai mai fatto caso? Ci vedi attraverso.

Una boccia di pesci rossi, una boccia di acqua lacustre; quell’acqua quasi solida, torbida, un’acqua fatta di cose. Un’acqua densa a forma di boccia, dietro un vetro a forma di boccia.

Se solo sussurrassi qualcosa -qualsiasi cosa- , quel vetro s’incrinerebbe.

Ti senti tremare come quel vetro, a ogni mio passo. Non c’è una porta sbarrata che sia una ma quella in fondo al corridoio, sì.

Dev’essere così, mi ripeto. Dev’essere la sua.

Posso inginocchiarmi lì davanti, ciocche di capelli intrecciate attorno alla maniglia. Posso appoggiare le labbra al vetro zigrinato: sembra un reticolo di cristalli di neve, una trama di ragnatele sovrapposte.

Appoggio le labbra ma il mio fiato non lo scioglie quel ghiaccio, non lo scioglie.

I miei occhi si appannano e, per un secondo, spero che sia tu ad alitarmi sulle pupille. Come faceva mio nonno per pulire gli occhiali e il numero della settimana enigmistica aperto davanti. Con quella montatura pesante, nera. Sempre appoggiati in equilibrio sulle lenti, il legno scuro di quel tavolo rotondo.

Dovevano essere rigati all’inverosimile.

 

 

Flamingo.

cornice # 6

-Ce l’hai presente via Mozart?

-Quello dei fiori?

-No, quello è Bach, quello delle fughe.Che poi a che cazzo servono i fiori di Bach? Un’influenza ti dura tre settimane. Comunque, io parlo di Mozart, l’enfant prodige, Mozart quello di Salisburgo, quello delle palle…le palle di Mozart, che schifo.

-Salisburgo? quel posto dove ad agosto c’è lo stesso tasso di umidità della foresta amazzonica?

-Sì, proprio quello. Beh, ce l’hai presente o no via Mozart? A Milano, eh. Dai, vicino ai giardini pubblici, vicino al Planetario, vicino al museo degli animali impagliati.

-Impagliati come gli uccelli in stile motel di Psycho?

-Impagliati così. Però impagliati per la scienza, con tanto di diorama.

-Ma secondo te, li han trovati già morti o li han fatti fuori apposta?

-Li hanno sterminati in nome di dio…dio-rama.

- Credo di avere capito, comunque.

-Ecco, non è proprio via Mozart…è un po’ prima. Credo sia la villa di Invernizzi.

-Quello dell’esercito di stracchini volanti?

-No, quello è il nonno del formaggio fresco. Però mio nonno mi ci portava sempre al Museo di Scienze Naturali, poi mi comprava un’oransoda e si sedeva a fare la settimana enigmistica mentre io volavo in altalena.

-Mi pare che le altalene, ai giardini pubblici, siano sopra quella sorta di altura…quella dove c’è il gazebo in ferro battuto bianco. Belle Epoque, quel gazebo. Magari a inizi secolo ci suonavano pure nel gazebo. Hai presente quelle feste di paese, quell’atmosfera campestre…con le panche di legno e le frittelle e tutti quei lampioncini di carta appesi ai rami delle piante? Stamattina c’era solo un barbone con la sua orchestra di giornali.

-Quelle feste campestri sono esattamente come i falò sulla spiaggia: tutti ne parlano ma nessuno ne ha mai fatto uno. Come la storia del tipo che suona la chitarra mentre tutti limonano: cazzo faccio, limono mentre suoni Battisti? Tu limoneresti mentre uno suona ‘Le bionde trecce, gli occhi azzurri e poi’ o mentre canta ‘Il gatto e la volpe’? Io no. Come minimo, pretendo Ben Harper… una cosa alla “Live from Mars”. Ma chi cazzo è che a Diano Marina sa suonare come Ben Harper? Nessuno.

-O Damien Rice. Quello è davvero da limone durissimo. E poi a Diano Marina ci saranno solo stabilimenti balneari, mica spiagge libere: non puoi certo andare di notte ad accendere falò sulla spiaggia, cantando Battisti a squarciagola mentre tutti intorno a te limonano come i pazzi. Il problema non si pone. Ma quindi ’sta villa?

-Da non crederci: ci sono i fenicotteri. Ma non uno, non due… ce ne sono decine. Una decina sicuro.

-Ma impagliati?

-No, no. Fenicotteri veri. Passeggiano, piegano quel loro collo lunghissimo e, col becco, si frugano fra le piume. E sono rosa come confetti, sono rosa come ortensie quando esageri coi sali. Un rosa tale e quale a quello dei fenicotteri usati come mazze per il cricket. Un rosa innaturale, disneyano, un rosa grottesco. Decadente.

Chissà dove se ne vanno i fenicotteri di Palestro quando ghiaccia il naviglio. Quando piove a dirotto e scendendo alla fermata di Porta Venezia si ha davvero l’impressione di fare quattro passi nel Canal Grande. Chissà se quando nevica hanno tipo una voliera termoautonoma, qualcosa che ricrei il loro diorama o, come minimo, il clima cagliaritano.

Perché io, la prima volta, i fenicotteri li ho visti a Cagliari e Cagliari è un posto quasi esotico se hai sei anni. Mi ricordo che avevamo fermato la macchina ed eravamo scesi, sul ciglio della strada, a contemplare i fenicotteri. Una distesa di fenicotteri tipo aironi nelle risaie, aironi nelle risaie prima di Cernobyl e del buco nell’ozono e dei CFC.

Mi avevano colpito i fenicotteri, li scarabocchiavo ovunque. Come compito estivo dovevo disegnare su un cartoncino un pappagallo e colorarlo a tempera ma avevo il cuore così pieno di quelle piume screziate di rosa che avevo deciso di fare un fenicottero. Era l’estate del primo libro delle vacanze tutto azzurro, con una macchina in copertina e sopra la macchina c’era questa fetta di anguria gigante, legata al portapacchi.. A me l’anguria non piace: quella consistenza granulosa, quasi polvere dolciastra in bocca e tutti quei semi. E poi a casa mia l’estate arriva con l’apparizione quasi magica della menta fabbri in dispensa e mio padre con le maniche della camicia risvoltate, mentre mia madre stira in soggiorno e guarda le olimpiadi.

Come si sentiranno i fenicotteri di Palestro quando ghiaccia il naviglio? Come me stasera, probabilmente. Mentre allungo il mio collo e mi frugo fra le piume, mentre chiudo ermeticamente il mio becco ancor prima che possa spalancarsi. Mentre cerco rifugio nel riscaldamento della macchina, nel buio dell’abitacolo. Per non rimanere accecata da quel rosa che stona, quel rosa screziato, così carico e incivile. Mentre sto in bilico su una sola zampa, cercando di ancorarmi all’asfalto.

Iscriviti

Get every new post delivered to your Inbox.